La baronìa di Carini. Otto borghi feudali tra storia e memoria di Giulia Sommariva

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Giulia Sommariva vanta una lunga militanza nel giornalismo, avendo diretto per quasi venti anni l’Ufficio Stampa dell’Ente provinciale Turismo di Palermo e collaborando con le maggiori riviste di questo settore. La scrittura di Sommariva, passata poi con successo alla saggistica, si caratterizza sempre per la sua piacevolezza, offrendo al contempo informazioni di carattere storiche approfondite, frutto di accurate ricerche e studi condotti anche su documenti d‘archivio.

La baronìa di Carini. Otto borghi feudali tra storia e memoria è un libro che non parla solo di Carini ma di tutta l’area metropolitana, di tutti i paesi che sono cresciuti all’ombra della Baronia. Una nuova edizione che si avvale del corredo fotografico dell’architetto Fabrizio Giuffrè. Il libro, già pubblicato dall’edizione Kalòs nel 2015, ha fatto seguito a un ciclo di pubblicazioni svolto nell’arco di venti anni, passando tra gli altri, dalla prima edizione di Capaci e Isola del 1999 (U. La Rosa editore) ad Alberghi storici di Palermo (Mario Grispo editore), a Palazzi nobiliari di Palermo (Dario Flaccovio editore) a Bagli e ville di Palermo (Dario Flaccovio editore) a Cento chiese nell’ombra (Dario Flaccovio editore) per arrivare a Bagaria, il territorio e le ville (Dario Flaccovio editore), a Palermo neogotica (edizioni Nuova Ipsa) e alla Via dello zucchero (Kalòs editore).

In riferimento a quest’ultimo titolo, occorre ricordare come in passato la canna da zucchero era considerata la pianta mitica della Sicilia, introdotta dagli Arabi intorno all’anno Mille, i canneti si diffusero in fretta soprattutto a oriente di Palermo, nelle terre di Ficarazzi e Bagheria e a ponente nella piana di Carini fino a Partinico. Ma non solo: proseguirono la loro dirompente espansione, radicandosi lungo la intera fascia costiera e già nel Millequattrocento, il Canna Meleto aveva acquistato in Sicilia dimensione di vera e propria industria mentre l’isola diveniva, come scriveva Carmelo Trasselli, il più grande zuccherificio d’Europa.
Una stagione floridissima, questa legata alla coltivazione della canna da zucchero, una storia ancora parlante nel territorio, giunta fino a nostri giorni, per la presenza di Torri, Bagli, Tonnare e Trappeti, testimonianze di un’operosità senza limiti che coinvolse tutta la popolazione a diversi livelli sociali, dai ricchi proprietari alla classe più umile, contadini, boscaioli, artigiani della terracotta. E questo perché il liquido ottenuto dalle tre fasi di cottura veniva posto in vasi di creta chiamati “cantarelli”, necessari per il consolidamento dello zucchero.

Il libro si apre sui larghi orizzonti dei comuni che per secoli hanno intrecciato la loro storia e le loro vicende alla Baronia di Carini: i borghi feudali di Capaci, Torretta, Giardinello, Montelepre, Cinisi, Terrasini e Trappeto. Anche in questo caso come nel precedente libro La via dello zucchero, ci si è posta dinanzi, una prospettiva nuova, più ampia; non più storia di singole comunità municipali ma squarci di storia di un intero territorio, inteso come memoria collettiva raccontata attraverso il divenire della sua storia, delle tradizioni, delle colture.

Trattando del territorio, inteso come provincia o città metropolitana secondo la nuova definizione, negli ultimi venti anni, i beni di queste comunità si sono vistosamente accresciuti grazie ad opere di restauro che li hanno valorizzate e rese fruibili. Torri, castelli, tonnare, antichi opifici, ville e bagli, siti archeologici e prestorici oltre alla creazione di nuovi musei. Carini, Baronia dalle lontane origini, la fortezza normanna ricordata da geografo arabo Idrisi, la rocca imprendibile di Rodolfo Bonello, primo Signore di Carini, il feudo e il Castello che re Martino d’Aragona nel 1397, concedeva in perpetuo a Ubertino La Grua, le basi di una dinastia che transitando sempre in linea maschile dei La Grua Talamanca, sarebbe durata cinque secoli, un caso unico nella turbinante storia della Sicilia medioevale e moderna.

Il Medioevo è stato il periodo che ha scritto le pagine della Baronia di Carini. La riconfigurazione del castello normanno, l’espansione del borgo oltre i confini delle due porte ad arco moresco, le prime chiese, le torri, i palazzi costruiti dalla classe dei magnifici ricchi signori vicini al potere baronale. E poi il Cinquecento con le sue luci e le sue ombre; l’ombra che scende sul borgo con il tragico caso di Laura Lanza di Trabia, baronessa di Carini, uccisa forse dal padre nel 1563, un caso clamoroso di delitto d’onore. Un caso su cui ancora ci si interroga quella della morte della baronessa, evento registrato negli archivi della Cattedrale di Carini ma la cui sepoltura a Carini non è stata mai ritrovata. Proprio il Cinquecento segna per Carini il rilancio economico della Baronia, insieme al fervore costruttivo impresso dal Barone Vincenzo, marito di Laura, personalità controversa rimasta ancora oggi indecifrabile, forse complice di quel delitto o forse succube del suocero, il barone della Trabia. Comunque lui, il marito, è stato il munifico costruttore di tante chiese e conventi che hanno arricchito Carini. Ma Vincenzo La Grua è stato anche artefice della sontuosa Villa del Belvedere, tra Carini e Montelepre, con magnifico giardino e ninfeo, cornice alla sua piccola corte di signore rinascimentale, dedita ai lieti convivi, alla caccia e alle feste.

Nel 1622, il re di Spagna eleva Carini a dignità di Principato e la dinastia prosegue nei due secoli successivi con prestigiosi nomi di principi chiamati a dignità di governo. Ma dopo l’unità d’Italia, l’ottavo principe di Carini, Antonino La Grua Talamanca e Sabatini, consapevole dei mutamenti sociali in atto, abbandonò il suo piccolo Stato per trasferirsi in Francia. Il figlio, nato a Parigi qualche anno dopo, cittadino francese a tutti gli effetti, divenne ufficiale dell’Armata francese; i suoi discendenti non sarebbero tornati a Carini. Vi tornò un secolo dopo, nel 1977, Rodolfo La Grua, quattordicesimo principe nella linea dinastica, a quel tempo ragazzo appena diciasettenne, orfano del padre. Tornò nella terra degli avi per trasferire in donazione lo storico Castello al Comune di Carini, dopo il rovinoso crollo dell’ala ovest. Rodolfo La Grua non ha avuto discendenza e quindi il casato si è estinto con lui; per la prima volta dopo seicentoventitré anni, non c’è stato più un La Grua Talamanca in linea maschile a ereditare il titolo. Già qualche anno prima, nel 1975, il Castello era divenuto famoso in Italia e non solo, grazie allo sceneggiato RAI sull’Amaro caso della Baronessa di Carini che ebbe altissimi indici di ascolto.

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